header
Rate this item
(0 votes)

 

 

Le cappelle laterali

 

L’interno di San Giuseppe appare come un unico ambiente caratterizzato da una navata longitudinale voltata a botte, a cui si addossano, più o meno fino a metà, due coppie di cappelle. Oltre le cappelle, la sezione della navata si restringe appena di un sedicesimo e, con l’interposizione dei tre gradini canonici seguiti da balaustra, prosegue nel presbiterio e quindi nel coro. Tra queste due ultime unità è posto l’altar maggiore, isolato sotto un arco trionfale e seguito sul fondo da una ricca ancona lignea che occupa quasi tutta la parete terminale.

La distinzione tra le diverse unità è ottenuta mediante il solo inserimento di gruppi di lesene. Tra il coro e il presbiterio si ripete poi un ulteriore gruppo di passaggio, seguito da uno angolare verso la parete di fondo.

L’equivalenza formale tra i due gruppi di passaggio tra aula e presbiterio e tra presbiterio e coro, invitano a leggere questi due ultimi ambienti come una successione di spazi che, seppure racchiusi entro una sezione trasversale unitaria, vogliono mantenere una forte distinzione reciproca.

Deduciamo da un documento del 1745 che l’apparato decorativo dell’altar maggiore, attualmente collocato come si è visto sulla parete di fondo, era originariamente posto sopra l’altare stesso, costituendo un importante elemento di frattura tra il presbiterio e il coro.

Un secondo elemento che contribuisce ad una corretta interpretazione degli spazi interni di San Giuseppe, è l’esame dei rapporti planimetrici e di sezione che sottostanno alla costruzione. Come già osservato a proposito della facciata, anche la pianta pare reggersi su schemi geometrici riconducibili alla “sezione aurea”,intercalati con l’adozione di moduli di tipo quadrato.

Anche le cappelle laterali paiono partecipare al gioco di rapporti geometrici che sottostà al disegno d’insieme: è possibile infatti includeretutta la parte anteriore della chiesa - aula e cappelle - entro un quadrato regolare.

Allo stesso criterio di unità risponde anche il gioco distributivo delle unghie finestrate delle volte, che hanno uguale forma e dimensione nonostante affaccino su ambienti di diverso significato. Le grandi finestre rettangolari a metà dei muri laterali del coro, originariamente ripetute anche nel presbiterio, rispondono senz’altro anche alla volontà di rendere maggiormente luminosa la zona oltre l’aula.

Nel crescendo luminoso si inserisce infine la serliana sul fondo: simile a quella sulla facciata e fonte di un forte controluce rispetto all’aula, sarebbe stata del tutto inopportuna se non diaframmata tramite l’elemento dell’altar maggiore. Così inserita invece, contribuisce a distinguere ulteriormente lo spazio del coro da quello del presbiterio.

Tutti questi dettagli compongono un gioco di affermazione e negazione che, seppur non ancora formalizzato in linguaggio architettonico stilisticamente compiuto, già preannuncia i pensieri tipici dell’arte barocca. In altri termini, a San Giuseppe non si ravvisa ancora il “modo” barocco, ma se ne prefigurano i concetti.

 

Storia e Arte

 

La costruzione delle cappelle laterali, costituisce un insieme di stagioni successive d’intervento. Solo nel 1687 si cominciano a notare alcune espressioni di volontà circa nuovi lavori: circa l’edificazione della cappella dei santi Pietro e Paolo.

Riguardo alla cappella dell’Angelo Custode, abbiamo invece due notizie del 1688: l’una riguarda il permesso di edificare; l’altra riferisce le prime proposizioni di costruzione. Sull’ultima cappella, quella dedicata a San Giovanni Battista, non abbiamo poi testimonianze se una data incisa sull’altare, dalla parte dell’evangelo: “1718”. Si devono attendere diversi anni perché la cappella del Crocifisso entri definitivamente in cantiere. Nel frattempo, come si è visto, maturano le risoluzioni sulla cappella dei santi Pietro e Paolo: le prime fasi decisionali sono del 1687.

Del 1688 è il permesso della Città, coi quali si concede alla Confraternita di occupare parte della strada con una costruzione - evidentemente quella della cappella dell’Angelo Custode. Solo nel febbraio 1691 possiamo credere che il culto dei santi Pietro e Paolo potesse avere inizio: a tale data risale infatti un legato del medico Torreri di Corneliano.

Sei mesi dopo il legato Torreri, anche i Dalla Chiesa confermarono la propria volontà di dedicare a San Giuseppe una parte del loro patrimonio: con atto del 29 agosto 1691, “il vescovo Vittorio Dalla Chiesa lega alla Confraternita lire mille e vuole che i redditi di esse si spendano in mantenimento della Cappella dell’Angelo Custode da lui eretta”.

La sostanziale contemporaneità delle due operazioni potrebbe giustificare anche l’identità tra i due altari, i quali sembrano costruiti da un’unica mano. Constano di una pala di discrete dimensioni, inserita in un retablo di tipo architettonico, inquadrato in un “tempietto” con due coppie di colonne agli estremi, sormontato da una trabeazione che sorregge un timpano spezzato. Tra le volute del timpano si fa strada il fastigio superiore, contenente lo stemma della famiglia dedicataria.

Mentre l’altare dei Santi Pietro e Paolo è da considerarsi del tutto ultimato nel 1691, quello opposto vede un secondo intervento tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. Infatti, si registra una fattura che parla di dorature “all’ancona dell’Angelo Custode”.

Il lavoro, svolto da Gian Battista Birago, sovrappone una ulteriore patina di ricchezza agli smalti policromi precedentemente realizzati. Si tratta di manufatti d’impostazione tradizionale, concepiti su modelli che ricorrono anche in contesti culturali molto diversi: due altari di forma perfettamente identica, si riscontrano ad esempio nel santuario della Madonna dei Loreto a Montanaro. Alcuni anni dopo inizieranno finalmente i lavori per la cappella del Crocifisso, che però non termineranno fino al 1718.


L’ambiente della cappella risponde ad un gusto pienamente settecentesco, ma oggi risente anche dei successivi interventi di “abbellimento” che ne caratterizzarono la vita in tutto il XVIII e XIX secolo.
Segue un perimetro pentagonale, sormontato da una cupola a spicchi che termina in un inconsueto lucernario ad occhio di bue privo di lanternino. L’affaccio verso la navata della chiesa avviene lungo il primo dei cinque lati mentre l’altare, per conseguenza, è posto sullo spigolo opposto. La grande nicchia dell’altare piantato di traverso tra due muri, ha sapore molto più tardo.

Gli scavi operati durante i recenti restauri hanno messo in luce le tracce della scalinata precedente: la tipologia della scalinata originaria doveva essere quella di un organismo a due rampe divaricate che, partendo dal filo dell’aula, si insinuavano verso l’interno del pentagono fino a raggiungerne il pavimento.

Questo sistema di doppio affaccio associato ad una cappella con pianta tondeggiante, richiama la tipologia delle cappelle devozionali dei Sacri Monti (Varallo, Arona, Crea, ecc.), dove la pianta dell’organismo permette la circolazione dei pellegrini intorno ad un centro, nel quale è posta la scena scultorea oggetto di culto. La rievocazione del pellegrinaggio in architettura è d’altronde, dalla seconda metà del XVII secolo, un argomento che non fatica ad affermarsi in Piemonte: il maggior esempio è la Cappella della Sindone del Guarini, la quale propone, con ben altre forme, lo stesso sistema circolatorio del sacello del Crocifisso di Alba.

Oltre all’impianto planimetrico, la cappella presenta un apparato decorativo di un certo interesse: soprattutto i capitelli delle lesene, derivati da un disegno corinzio ma elaborati secondo un gusto tardo barocco, aiutano a inserire il manufatto nell’ambiente culturale più aggiornato del settecento piemontese. La decorazione della cupola rientra in gran parte nello stesso programma di “abbellimento” che comportò il rifacimento della scala e del lucernario, è dovuta al pittore Fedele Finati, il quale si interessò successivamente del “restauro” di tutte le volte della chiesa e delle parti lignee dell’ancona centrale.