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La storia

 

I resti del teatro

La fase di età romana è documentata da imponenti strutture murarie riconducibili al teatro dell’antica Alba Pompeia che, orientato nord- sud, occupava gran parte dell’ insula XI. L’edificio, che secondo Vitruvio era tra i più qualificanti la vita di una città antica distinguendola dai centri minori sparsi nel territorio, sorgeva in una zona prossima al Foro e ad altri monumenti pubblici come il cosiddetto Templum Pacis. Le conoscenze sul teatro albese risalgono già all’ Eusebio, che tra il 1905 e il 1907 scrisse nei suoi appunti di aver visto, in occasione di lavori edilizi, resti di pavimentazione in marmo, frammenti architettonici, lastre di rivestimento e cornici, addirittura parti di una statua colossale, probabilmente panneggiata, e di bassorilievi, oltre a due tratti di “poderosi muri con andamento curvilineo” nel cortile
di Casa Coppa, in via Manzoni 10, e nella retrostante via Sen. Como. Essi sono da identificarsi nel muro perimetrale esterno che delimitava la cavea, aperta verso sud e destinata ad ospitare gli spettatori, e di cui l’Eusebio ricostruì il diametro in m 45,512. Un successivo intervento nel dicembre 1949, effettuato dalla Soprintendenza alle Antichità del Piemonte in occasione di lavori per la fognatura nel tratto della via Manzoni antistante la chiesa di San Giuseppe, mise in luce i resti di una pavimentazione in marmo in opus sectile, oltre a nuove parti di murature che sono poi risultate allineate con quelle recentemente individuate al di sotto della chiesa.
Oggi dell’ edificio teatrale sono ancora visibili, nelle cantine della vicina Casa Coppa, i resti del muro della praecinctio, la cui curvatura ha un diametro di m 22,896. Di notevole spessore (m 1,50), era destinata a sostenere un complesso sistema di sostruzioni artificiali, dividendo le gradinate della summa cavea da quelle inferiori e dall’orchestra, mai indagata nel teatro di Alba e di cui non sono noti né lo sviluppo planimetrico né l’estensione. Nei locali cantinati della chiesa si conserva, a livello delle fondazioni, parte dell’impianto della scaena: un corridoio orientato est\ovest, largo m 6 e lungo almeno m 26, corrispondente al palcoscenico (pulpitum), delimitato a nord dal muro del proscenio e a sud da quello della frontescena (scaenae frons), che lo separava dalla scena vera e propria (fig.5). All’estremità ovest si collocano due ambienti (A e B), l’ uno di forma rettangolare (m 7,80 E\W x m 1,80 N\S) e privo di pavimentazione, mentre l’altro (ambiente B), posto ad una quota di calpestio più alta e accessibile dal retrostante pulpitum, era pavimentato con lastre in marmo, poi asportate. Essi costituiscono un avancorpo che fiancheggiava l’ ingresso (aditus) alla cavea e all’orchestra con una funzione che rimane sconosciuta.

 

 

La cronologia e i materiali

 

I dati in nostro possesso per definire una cronologia per la costruzione e le varie fasi di utilizzo del teatro sono ancora scarsi. E’ probabile che il primo impianto dell’edificio sia da collocarsi nell’ambito della prima metà del I secolo d.C., come indicano i frammenti di ceramica di età augusteo-tiberiana rinvenuti negli strati di frequentazione precedenti la costruzione degli ambienti dell’avancorpo, e la stessa tecnica costruttiva utilizzata per le murature, in opus incertum con paramento in ciottoli spaccati, che rappresenta una costante nel panorama dei monumenti pubblici della Cisalpina e del Piemonte in particolare. Ad interventi tra il I e il II d.C. si riconducono anche i pochi elementi superstiti della decorazione architettonica della frontescena. Andati dispersi i frammenti di cui parlava l’Eusebio quali capitelli, cornici, forse anche statue, si conserva un’ermetta in marmo di Sileno barbato, proveniente dagli scavi del Carducci (1949) e già identificata come  rappresentazione di una divinità acquatica, forse il dio Tanaro. Di piccole dimensioni, probabilmente doveva coronare un pilastrino facente parte di una transenna, secondo un utilizzo ben documentato nei teatri dove spesso i soggetti della decorazione scultorea, quali Pan, Satiri e Sileni, si riconducevano alla sfera dionisiaca.

Per l’esemplare albese, che raffigura la divinità già piuttosto anziana, secondo il tipo cosiddetto socratico, è possibile proporre una datazione ancora nel I d.C., probabilmente verso la fine del secolo. Databili tra I e II d.C. sono anche alcuni frammenti di cornice recuperati negli strati di spoliazione e di riporto moderno sotto la chiesa. Due sono in marmo e appartengono alla medesima tipologia, con la sima articolata in un listello e in una gola dritta con sottostante gola rovescia; sottili e di piccole dimensioni, potevano decorare anche il pulpito o il podio della frontescena. E’ probabile, invece, che fossero pertinenti alla parte superiore della struttura scenica i frammenti in stucco, i quali, caratterizzati da maggiore altezza e da modanature complesse, in parte ora consunte, articolate in un doppio listello aggettante a profilo arrotondato e sottostante gola rovescia tra due listelli più sottili, formavano una trabeazione rettilinea continua. Al II secolo d.C. si datano, infine, i resti della pavimentazione in marmo a lastre rettangolari e in opus sectile, rinvenuti nello scavo della fognatura, asportati e poi ricostruiti in una delle sale del Museo Civico di Alba. Caratterizzati da motivi e colori differenti, i pavimenti dovevano appartenere ad ambienti diversi dell’edificio. Il tratto con lastre in colore bianco venato di grigio, che alterna moduli rettangolari di larghezza differente (da m 0,30 a m 0,77) separati da una bordura in bardiglio scuro, è assai comune come rifinitura sia nell’edilizia privata che in quella pubblica di età romana, adatto quindi ad un vano minore, forse di passaggio, o ad un corridoio. Più ricercato invece, si presenta il disegno delle altre due pavimentazioni, costituite da formelle di modulo medio quadrato e dimensione costante in cui sono inscritti semplici motivi a rombi e a cerchi in giallo venato e pavonazzetto entro un reticolo a listelli regolari in giallo uniforme, a formare una composizione di tipo “quadrato-reticolare” che trova ampia diffusione nel mondo romano. Esse lastricavano lo spazio antistante il proscenio e forse la stessa orchestra, e furono riutilizzate da un edificio a noi ignoto, probabilmente un sacello intitolato al culto dei Lares, come suggerisce l’iscrizione databile al periodo augusteo-tiberiano incisa sul retro di una formella (fig.10), a conferma della presenza nelle vicinanze del teatro di edifici templari e donari. Ad uno di questi doveva essere pertinente anche il frammento di tabella in marmo con numeri rinvenuto nei livelli di riempimento moderno della chiesa ed interpretato come l’indicazione del peso di un’offerta, forse un ex-voto. Nell’avanzato IV secolo (fase b) incomincia il progressivo abbandono del teatro in quanto tale con la costruzione di abitazioni private che, sfruttandone le murature e gli spazi in prossimità della praecinctio e degli ambienti a lato del proscenio, si addossarono ad esso.

 

Tracce archeologiche di epoca romana sul sito della Chiesa

Il sito oggi occupato dalla Chiesa di S.Giuseppe corrisponde in epoca romana alla collocazione di un’insula, identificata nelle più recenti ricostruzioni planimetriche di Alba Pompeia con l’insula XI. Numerose testimonianze architettoniche, acquisite in periodi differenti e tra loro collegabili, localizzate nell’insula, hanno fatto pensare all’esistenza di un edificio pubblico, che numerosi indizi fanno oggi ritenere trattarsi del teatro romano. Alla formulazione dell’ipotesi si è giunti sulla base di tre successivi ritrovamenti, avvenuti rispettivamente nel biennio 1905-1907, nel 1949 e nel 1996. Il ritrovamento risalente al 1905-1907 risulta dai documenti autografi di F.Eusebio: l’occasione fu data da lavori di scavo per la costruzione della casa dell’Avvocato Coppa; i materiali consentirono di identificare l’esistenza certa di un importante edificio romano. Il ritrovamento del 1949 è documentato dalla relazione di P. Cerrato: eseguito in corrispondenza del sedime stradale di via Manzoni, conferma l’esistenza in loco di un edificio romano di importanza pubblica; vengono rilevati e posizionati i tracciati murari e viene rinvenuto un unico reperto, ma di qualità significativa. Il ritrovamento del 1996 avviene nel contesto degli studi e dei rilievi preliminari ad opera di M. Rabino per il progetto di restauro della chiesa. I successivi approfondimenti condotti dalla Soprintendenza Archeologica identificano le strutture come fondazioni di edificio romano, il loro posizionamento consente di metterle in sicuro rapporto con quelle ritrovate in corrispondenza della strada pubblica. La campagna di scavi seguiti al 1996 si rivela decisiva nei confronti dei precedenti, consentendo la definitiva formulazione dell’ipotesi: la tecnica edilizia e gli abbondanti elementi  architettonici rinvenuti concorrono ad identificare nell’insieme dei resti, un edificio pubblico, identificabile, seppure con cautela, nel teatro.

 

Le case in legno (V- VII secolo)

A partire dal V secolo e per tutto il corso dell’alto medioevo modeste abitazioni in legno occuparono intensivamente gli spazi dell’edificio per spettacoli, ormai in disuso, riutilizzando i poderosi muri perimetrali romani. Quello del riadattamento delle strutture esistenti, con un frazionamento delle unità abitative, che invadono progressivamente gli edifici pubblici e le domus abbandonate è fenomeno comune nel primo alto medioevo in tutte le città a continuità di vita indagate dagli archeologi negli ultimi anni (fig.2) ed è da ricollegare ad un impoverimento generalizzato della vita urbana in un panorama di accelerati mutamenti dell’assetto sociale. Si verificarono allora anche ad Alba i più decisi mutamenti nei modi di costruzione, nelle tecniche, nei materiali e nell’utilizzo degli spazi; essi furono la conseguenza di una consistente opera di spolio delle lastre pavimentali e dei rivestimenti parietali del teatro romano, già avviatasi nel IV secolo per il reimpiego nelle nuove domus urbane: numerosi e piccoli frammenti marmorei - evidentemente quelli scartati - sono infatti stati recuperati nello scavo. In corrispondenza di un angolo del proscenio, un piancito di tavole lignee si sovrappose, con l’intermediazione di un sottile strato di argilla alla malta signina che in epoca romana serviva da allettamento per un importante pavimento a lastre marmoree. Ancora il legno, insieme a laterizi e pietre, venne utilizzato per tamponare la porta di comunicazione con uno dei grandi corridoi dell’impianto teatrale; in quest’ultimo, lo spazio fu suddiviso con altri muretti, allo scopo di creare piccoli ambienti destinati ad abitazione. La casupola venne distrutta da un violento incendio, che favorì la conservazione dei resti lignei carbonizzati, mentre il crollo del tetto in coppi e tegole fu sigillato da uno strato nel quale furono scavate le buche di palo di una successiva capanna, interamente lignea, databile al VII secolo sulla base di alcuni materiali ceramici rinvenuti sul pavimento, un semplice suolo in terra battuta. Purtroppo, l’esigua superficie visibile, compresa tra le strutture romane e la facciata della chiesa seicentesca, non ne consente alcuna ricostruzione planimetrica; si può tuttavia ipotizzare che le prime mantenessero ancora la funzione di basamento perimetrale, così come si conservò la tamponatura della porta di età romana, nella quale insiste la traccia di una trave infissa verticalmente nel terreno. La raccolta accurata di semi , carboni e fauna dagli strati di vita accumulatisi sui piani di calpestio e a ridosso dei modesti focolari delle capanne fornisce importanti informazioni sulla dieta seguita dai suoi occupanti e, più in generale, sulle caratteristiche del paesaggio vegetale circostante la città nei secoli dell’alto medioevo, ricco di boschi, ma anche di campi coltivati.

 

Le case in muratura e la torre ( XI- XV secolo)

Dopo uno iato di circa tre secoli nel quale, sulla base della stratificazione archeologica superstite il sito non reca tracce di occupazione stabile, sullo scorcio del Mille una rinnovata attività edilizia attesta la grande ripresa economica e demografica del centro urbano, sopravvissuto non senza problemi in un’area geografica che vide soc-combere nell’alto medioevo numerose città, come Pollentia (attuale fraz. di Bra)e Augusta Bagiennorum (nei pressi dell’attuale Bene Vagienna). L’elemento architettonico caratterizzante è certamente la torre, di cui Alba conserva molti esempi ancora in piedi, a cui si aggiungono quelli distrutti, i cui basamenti sono rivelati solo dagli scavi archeologici o si conservano, non ancora riconosciuti, in molte cantine del centro storico. Quella presente nel vano sottostante la chiesa di S. Giuseppe misura m 5,40 di lato, con una fondazione in ciottoli annegati in abbondante malta chiara ed elevato in blocchi lapidei squadrati e conci; i suoi muri hanno uno spessore uniforme (m 1,90), con risega di fondazione, di ampiezza variabile, solo sul lato interno. Alla sua stessa fase di costruzione e ricalcando verosimilmente l’andamento di strutture di poco più antiche, sono da riferire alcune murature, che delimitano due diversi corpi di fabbrica separati da una quintana larga m 0,70 circa. La pietra, in parte recuperata dalle fondazioni romane superstiti, in parte cavata ex-novo nella Langa albese sostituisce quasi completamente il legno, che si mantiene con ogni probabilità in ampi settori dell’elevato ed in molte delle partizioni interne dei vani. Le ultime fasi di vita degli edifici connessi alla torre si fanno risalire, sulla base dei materiali ceramici rinvenuti nello scavo, al XIV secolo. Nuove costruzioni modificarono allora l’orientamento delle strutture più antiche, anche se l’imponenza di queste ultime - in particolare della torre - ne imposero una conservazione almeno parziale, essendo probabilmente troppo complicata ed onerosa una loro demolizione totale: come spesso accade, un vano scala ne occupò lo spazio interno, mentre una nuova muratura in ciottoli legati da malta le si addossò,  riutilizzando in parte anche il perimetrale ovest della casa del XII secolo. Su questo lato venne realizzato un ampliamento, che raddoppiò le dimensioni del corpo di fabbrica; le sue tracce sono percepibili solo nei brevi settori conservatisi all’interno della cantina, dove compare un buon tratto ( m 11,50) di fondazione ad archi impostati su pilastri. L’ultima trasformazione edilizia antecedente alla fondazione della chiesa confraternita, alterò definitivamente l’articolazione degli spazi medievali, con lo scavo per la costruzione della cantina ma, soprattutto, con la definitiva demolizione degli elevati della torre: questo fatto è confermato dalla presenza di alcuni tratti di una pavimentazione in quadrelle di cotto, direttamente allettate sulla rasatura delle murature di quest’ultima. Il vano cantinato, che si estende per 20 metri in lunghezza, pur asportando in profondità le fondazioni delle cellule edilizie medievali ed una stratificazione archeologica che sarebbe stata oggi molto utile per la comprensione e la datazione della complessa sequenza insediativa, ha fortunatamente inglobato nel suo perimetro i lacerti murari delle diverse fasi, tamponando anche le arcate della fondazione sopra descritta. La nuova struttura, costruita quasi interamente in mattoni, venne coperta con una volta a botte, impostata sul lato meridionale su di una muratura costruita ex-novo; alcune bocche di lupo davano luce al vasto ambiente, ripartito invece al piano terreno in almeno due vani. Il primo, più ampio e pavimentato a quadrelle, il secondo più modesto e con un ammattonato. Contestualmente alla ricostruzione dei perimetrali, vi fu probabilmente anche una sopraelevazione della casa, come attesta un piccolo vano scala addossato a sud. Lo strato di distruzione dell’edificio ha restituito anche alcuni frammenti di intonaco dipinto ed un tratto di nervatura , realizzata in pietra, di una volta a crociera; questi materiali attestano il buon livello architettonico e decorativo dell’edificio, intuibile grazie ai reperti ceramici anche per le fasi costruttive del XII-XIV secolo. Si conferma quindi, sia che la proprietà possa farsi risalire a Francesco Prandi o ad altra famiglia albese, che quest’angolo della città aveva mantenuto nel tempo la sua importanza, posta com’era a ridosso del Palazzo di Città e della Cattedrale. Dopo l’acquisto dei fabbricati da parte della confraternita dei Pellegrini si procedette alla demolizione, eccezion fatta per il vano cantinato; i profondi scavi per la fondazione della chiesa e, successivamente per la costruzione delle cappelle aperte in breccia lungo i suoi lati lunghi, asportarono la stratificazione antica, sistemata poi a livellare l’area per la posa delle nuova pavimentazione. Secoli XII-XVII - I “bassi tempi” La consistenza urbana del sito occupato oggi dalla Chiesa di S. Giuseppe nel periodo compreso tra la seconda meta del XI e la prima metà del XII secolo è molto diversa da quella attuale. Sono gli anni in cui si datano gli esempi più un antichi di edifici in pietra riemersi dagli scavi 1), è lo scorcio di tempo in cui vive San Teobaldo, i «bassi tempi» secondo la definizione del Barone Vernazza 2) , nei quali la Cattedrale di San Lorenzo è già edificata nella sua forma primigenia ed il quartiere di S. Lorenzo è in rapida trasformazione, con costruzione di case e una densità sempre crescente, al centro di una città che diventa Libero Comune a partire dalla seconda metà del XII secolo 3). Risale a questi anni la costruzione della torre, secondo i canoni diffusi in città in questo periodo, di cui si sono trovate le fondamenta nel corso degli scavi archeologici condotti all’interno della chiesa. Il sito della Chiesa di S. Giuseppe è occupato nel corso del Medioevo dalla presenza di edifici civili, tra le quali la torre, con un piano di campagna più basso dell’attuale di circa un metro; il quartiere urbano alla confluenza delle attuali via Vernazza e Via Manzoni è caratterizzato inoltre dalla presenza, nelle vicinanze, di alcuni edifici a carattere religioso ed assistenziale in diretto rapporto con la strada di accesso alla città dalla direzione di Milano, attraversato il fiume Tanaro. La consistenza delle costruzioni a carattere religioso nel periodo immediatamente precedente la costruzione della Chiesa di S. Giuseppe è data da una rappresentazione cartografica senza data, certamente precedente la costruzione della chiesa medesima che non vi compare, redatta in occasione dell’ammodernamento delle fortificazioni della città della prima metà del XVII secolo. In questa immagine compare con chiarezza la Chiesa di S.Antonio, mentre il sito dell’attuale Chiesa di S. Giuseppe è caratterizzato dalla presenza di un isolato a forma triangolare, già determinante la confluenza tra le attuali vie. Le prime raffigurazioni che rappresentano nella città nel XVII secolo restituiscono entrambe una chiara rappresentazione dell’edificio della nuova Chiesa di S.Giuseppe, nella forma ridotta con cui essa venne inizalmente edificata dalla Comapgnia dei Pellegrini tra il 1642 e il 1653, senza le cappelle laterali e senza la casa destinata al canonico. La Chiesa di S. Antonio si trova nel quartiere di S. Biagio: la chiesa venne assegnata dal Vescovo alla Compagnia dei Pellegrini nel 1638, che la impiegò come propria sede fino al 1656, dopo averla riparata in quanto essa risultava alquanto guasta e disadorna. La Chiesa di S.Antonio esiste in città almeno a partire dal XIV secolo ed è annessa ad un ospedale destinatoalla cura della malattia del fuoco sacro, malattia epidemica molto diffusa e molto pericolosa.
Un documento del 1343 ricorda frate Petrino Boggiano, Cappellano nell’Ospedale di S.Antonio di Alba. Nel 1656 la Compagnia dei Pellegrini, istituita e canonicamente eretta sotto il Titolo del SS. Sacramento, sotto il titolo speciale del Patrono e Protettore S.Giuseppe, ultimata la Chiesa di S.Giuseppe, vi trasferì la sua sede 6). La Chiesa di S.Antonio perde di importanza e viene inglobata nel corso del XVIII secolo, nel convento della Maddalena 7), insieme con l’edificio civile coerente e la torre limitrofa.

 

Secoli XVIII-XIX-XX - I “tempi moderni”

La cartografia di Alba redatta tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento mostra il volto di una città ancora legata a moduli e schemi medioevali, particolarmente evidenziati dalla maglia viaria, dalla forma degli isolati, dall’assenza di vere e proprie piazze e dalla presenza di piazzette e slarghi antestanti a Chiese e oratori. La piazzetta antistante l’Oratorio di S. Giuseppe così come oggi la conosciamo và in realtà formandosi in un tempo successivo, a partire dagli anni quaranta del diciassettesimo secolo, anni in cui inizia la fabbrica della Chiesa: per gran parte del seicento la chiesa mantiene una forma ridotta rispetto alle dimensioni di oggi, e viene ampliata a partire dagli ultimi venti anni del secolo diciassettesimo, con numerosi interventi lungo tutto il Settecento; il campanile della chiesa è completato nel 1830. Si deve pertanto intendere che il peculiare carattere architettonico ed urbanistico del complesso formato dalla Chiesa e dagli annessi edifici sia il risultato degli interventi del diciassettesimo secolo, in contatto con stimoli e riferimenti culturali ed architettonici torinesi, rielaborati in modo originale; vale a titolo di esempio il cornicione del primo ordine della facciata della chiesa di S. Giuseppe che si prolunga nel mosso coronamento dell’adiacente edificio , richiamando un uso scenografico dell’architettura consueto nella capitale sabauda tra seicento e settecento, e che diventa nel corso del diciannovesimo secolo un motivo locale di decoro urbano generalizzato. Il tessuto edilizio del contesto urbano gravitante intorno a via San Giuseppe, l’odierna via Manzoni dalla fine del diciannovesimo secolo, si caratterizza nel corso dell’ottocento in modo tipico ed esemplare, in analogia a quanto accade nei settori di maggiore prestigio urbano e in stretta relazione all’importanza delle funzioni concentrate in questo settore. Benché nel corso della seconda meta del ventesimo secolo il settore urbano intorno alla Chiesa registri fenomeni di marcato degrado , via S. Giuseppe si presenta invece nella prima metà dell’Ottocento con una fisionomia di buon prestigio rispetto ad altre parti della città, caratterizzata dalla presenza del teatro e di un numero discreto di abitazioni improntate a livelli di rappresentatività ed abitate da famiglie dei ceti elevati. Questa caratteristica è probabilmente molto antica come dimostrato dalle tracce diffuse di prestigiosi elementi decorativi e di strutture edilizie medioevali, rinascimentali e barocche. Nel corso del secolo via San Giuseppe mantiene questa antica fisionomia di buone caratteristiche residenziali.
Le antiche abitazioni patrizie vengono adattate in gran parte a buone o discrete case di affitto, e con botteghe e locali vari di lavoro al pianoterreno e con alloggi anche di alto decoro ai piani superiori 3) .Le cellule edilizie organizzate per residenza d’alto decoro con eventuali dipendenze rustiche e locali d’affitto, sono distribuite principalmente lungo gli assi di via Maestra, di via Tanaro, nell’intorno delle chiese di San Domenico e S. Giuseppe 4) .In particolare la Chiesa di San Giuseppe rappresenta uno tra i più rilevanti punti di riferimento nell’organizzazione del tessuto urbano, al di fuori degli attuali assi principali della città.
La centralità del settore urbano esistente intorno alla Chiesa di San Giuseppe è sottolineato dall’importanza che ad esso viene attribuita nel contesto del Piano Vandero, che fa specifico riferimento alle “piazze e contrade di San Martino, del Tanaro, di San Giuseppe e del Vescovado nel contesto del miglioramento estetico della rete viaria del disegno urbano preesistente. In realtà ii progetti ottocenteschi per la regolarizzazione di vie e piazze interne non vengono eseguiti, ma si può facilmente individuare un certo disegno urbano che unifica piazza del Duomo e gli imbocchi di via Maestra, via Tanaro, via San Giuseppe, può essere facilmente riscontrato, specie nella unificazione di alcune altezze di fabbrica e nel valore di legamento assunto dalla presenza del cornicione.

 

Da Compagnia ad Arciconfraternita dei Pellegrini in Alba

L’origine della Compagnia dei Pellegrini di Alba viene fatta risalire al 1595, a seguito di un pellegrinaggio albese a Vicoforte di Mondovì, alla sacra immagine della Madonna (in origine detta del Pilone, oggi meglio individuata come Nostra Signora del Monteregale). Inizialmente la Compagnia dei Pellegrini è insediata presso un altare nel Duomo di Alba (risulta essere l’altare di San Pietro, nella cappella omonima della cripta). Nel 1638 il sodalizio comprende 84 confratelli e passa ad una sede propria, presso la chiesa di S. Antonio abate (oggi non più esistente, che sorgeva nei pressi del monastero di San Maria Maddalena, dietro la chiesa di San Domenico), iniziando subito delle opere per la miglioria del sacro edificio, con l’opera anche di artisti qualificati. Tra i nomi che emergono dai documenti del 1638 figurano un pittore “Gioanni Pietro Aretino” e “Gioanni Andrea Albengo Campanaro di Caramagna”. L’anno successivo, 1639, per dipingere “l’ancona per la compagnia delli sudetti Peregrini, nella quale restaranno dipinti la Santissima Vergine Maria con un Bambino di Nostro Signore, che farà prospettiva commune, San Giuseppe a banda dritta, et S. Antonio Abbate a man sinistra con alcuni Angeli, tutti figure grandi a proportione” vengono pagati i “40 ducatoni convenuti” a Francesco Pistone e Giovanni Claret, “pittori in Savigliano”. Il sodalizio intanto cerca di costruirsi una propria, adeguata, sede di culto ed è nel 1642, che viene pagato il “mastro Gioanni Angelo Finale per i suoi vacati nel fare il disegno della Chiesa di San Giuseppe”. Costruito il nuovo “oratorio” la Compagnia dei Pellegrini vi si trasferisce solennemente il 30 novembre 1656. É datato 2 aprile 1649 il “Mandato” del priore Rolfo, al tesoriere Mussa, per pagare a “Bernardino Colona, stampatore in Carmagnola la stampa di 200 copie della Regola della Confr/ta”. Questo documento a stampa è fondamentale per conoscere l’organizzazione della Confraternita, la gerarchia su cui si regge e la devozione che la anima. Il “Libro di memoria delle obligazioni della Conpania, et quando si va alla processione l’ordine che si deve tener in ogni volta che la medema andarà in processione”, redatto dopo il 1729, fornisce un elenco, dettagliato, dei principali impegni devozionali dei Pellegrini. Esaminandolo è possibile ricavare una sorta di calendario, decisamente articolato, con i numerosi appuntamenti annuali per le varie celebrazioni e processioni solenni, cui la Confraternita partecipava. Una descrizione sommaria delle attività dei Pellegrini figura in una nota nel volume La Piazza del Duomo di Alba, di Giovanni Vico, ove si legge: “La Confraternita dei Pellegrini fu eretta sotto il titolo del SS. Sacramento e di S. Giuseppe. I confratelli portavano un abito di color celeste ed una schiavina con Agnus Dei avente l’impronta del SS. Sacramento...”. Nel 1868 la Confraternita dei Pellegrini di Alba ottiene, il 12 luglio, l’aggregazione all’Arciconfraternita della SS. Trinità in Roma (istituita da San Filippo Neri), pertanto anche l’albese si fregia del titolo di Arciconfraternita. Dall’Indagine su tutte le Chiese compilata nel 1869 su richiesta del vescovo di Alba mons. Eugenio Galletti, per la parrocchia del Duomo, compare anche: “3 - San Giuseppe [..] in Alba Città, ospita le funzioni della Compagnia dei Pellegrini, l’ufficio e Benedizione festiva, le SS. 40 ore, mese, feste, e novene di S. Giuseppe, ed altre varie novene, e tridui, ne ha cura la Confraternita dei Pellegrini e vi risiede Cappellano fisso, in caso di necessità può essere usata in sostituzione della Cattedrale”. Nel 1872, nella sottoscrizione per dare ospitalità ai Confratelli pellegrini di Vico, “venendo i medesimi a prender parte alle feste nei giorni 9-10-11 agosto per la riapertura della cattedrale e per la solennizzazione dei Santi Lorenzo, Alessandro, Cassiano e Teobaldo patroni d’Alba”, l’elenco dei “Pellegrini” di Alba registra 121 confratelli. La carica di priore della Confraternita spesso è assegnata a personalità di rilievo della città di Alba (compresi alcuni Vescovi). Tra gli altri si ricorda essenzialmente Giuseppe Vernazza, Carlo Francesco Rangone ed il canonico Felice Giacomo Allaria.