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La facciata

 

Il fronte della chiesa si presenta secondo lo schema più tradizionale di un doppio ordine compartito da lesene in sporto, impostati su zoccolo continuo e sormontati da un frontone unitario di lineamento triangolare. Benchè l’attuale compagine sia frutto anche di restauri condotti nel 1859 e nel 1939, l’esame delle geometrie latenti della costruzione, i cui tracciati poco si discostano dalle misure del costruito consentono di ritenere che la tessitura generale degli elementi non sia stata alterata nel tempo.

La facciata possiede quasi tutte le caratteristiche per essere ascritta al paesaggio culturale pre-barocco piemontese: tanto negli elementi quanto nelle proporzioni essa può paragonarsi con la chiesa del Corpus Domini (Ascanio Vittozzi - Carlo e Amedeo di Castellamonte 1608/1630) o dei Santi Martiri (Pellegrino Tibaldi 1577) a Torino o con quella di
Cherasco dedicata a S. Agostino (Giovenale Boetto 1672).

Al centro della facciata si apre il portale d’ingresso, rettangolare, con architrave e stipiti dai forti richiami manieristi. Gli ornati intorno alla porta, molto simili a quelli della boettiana chiesa di Cherasco, costituiscono una cornice continua intorno al fornice di entrata, terminata all’esterno con una cima rovescia e all’interno con un listello perlato, che avvolge gli stipiti e gira sull’architrave, espandendosi ai lati nella parte alta di raccordo. Questo tipo di modanatura di derivazione fiorentina, si riscontra in moltissima architettura anche del basso Piemonte, in tutto il periodo tra il tardo gotico e il manierismo.

Il frontone appoggiato sopra l’architrave, con fascia variamente modanata ed andamento mistilineo, rimanda a schemi più aggiornati, tipici del ‘600. Oltre la trabeazione dell’ordine inferiore, e senza l’intermediazione di ulteriori zoccoli o plinti, si elevano le lesene superiori, cui segue la relativa trabeazione e quindi il timpano. Si segnala la mancanza di una fascia di distacco tra i due ordini, presente di norma nelle architetture coeve a formare una specie di attico di effetto fortemente chiaroscurale. Tra le due trabeazioni è inserita un’ampia finestra serliana: contrariamente agli schemi dettati dalla tradizione palladiana, che volevano le tre aperture compartite mediante l’interposizione di semplici colonnette di stile dorico in piena luce, nel nostro caso il finestrone è retto da quattro semi-colonne incapsulate in pilastrini rettangolari che conferiscono maggior pesantezza all’insieme.

Sopra l’archetto centrale, concluso con una fascia modanata che continua a mo’ di architrave anche sui lati, si imposta poi un piccolo timpano leggermente avanzato rispetto alla parete di fondo, quasi a suggerire la forma di un’edicola. La finestra è quindi inclusa in uno sfondatodai lineamenti quadrati che, sottolineandone la dignità, la collega all’architrave dell’ordine superiore.

Sempre al piano alto, al centro degli spazi laterali tra le lesene, sono ricavate due nicchie originariamente destinate ad ospitare statue. Hanno la solita cornice modanata e sono concluse con calotte a valve: dettaglio apparentemente secondario, che serve però a collocare la nostra opera nell’ambito del repertorio decorativo del Piemonte sabaudo.

La presenza di tutti questi precisi elementi di decorazione rimanda senza dubbio all’ambiente dell’architettura contro riformista, ed in particolare al dettato di san Carlo Borromeo a proposito di arte sacra.

Altro dato che contribuisce a collocare appieno la chiesa di SanGiuseppe nel proprio tempo, è lo studio delle armonie tra le parti, fondato su regole di tipo rigidamente geometrico. In particolare, il reticolo su cui si innestano le singole membrature della facciata, che in tutto il periodo umanista si sarebbe basato sull’accostamento di quadrati o frazioni razionali del quadrato, propone qui nuove e complesse giustapposizioni o compenetrazioni tra rettangoli dinamici. Tra i lati di questi rettangoli vige sempre un rapporto fisso: il minore di essi rappresenta cioè la media proporzionale tra il maggiore e la rimanenza tra i due, come nella regola della “sezione aurea”.

Anche il gioco degli ordini propone una rivisitazione degli schemiclassici: le lesene e la trabeazione del piano inferiore, per quanto presentino capitelli dorici, hanno partiture e proporzioni riconducibili quasi perfettamente ai dettami che il Vignola prevedeva per lo stile ionico, dettami ancora molto diffusi nella prima metà del seicento.

Al registro superiore invece, dove le colonne doriche appaiono corrette nelle loro proporzione, persistono però le misure e l’organizzazione della trabeazione tipiche dello ionico.