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L'altare maggiore

 

Dell’originario altar maggiore di San Giuseppe, ricostruito nel 1813, rimane il preziosissimo retablo, oggi posto sulla parete di fondo del coro. Si tratta di una grandiosa macchina lignea, in tre parti distinte, che inquadra, al centro, la pala principale e, ai lati, le statue in nicchia dei santi Grato e Andrea. Nel fastigio superiore alla parte centrale, è inserita una raffigurazione pittorica del Padre Eterno.

Non si conoscono altre testimonianze fino al 1745, quando il retablo fu trasportato dall’altare all’attuale posizione. Segue a breve distanza una ulteriore “memoria dell’operato a benefizio della Chiesa” da parte del conte Rangone, il quale “ha fatto costruere il finimento dell’ancona”.E’ probabile che con questo termine si alluda al fastigio superiore della macchina, ma non è da escludere che comprenda anche le due parti laterali.

Il retablo di San Giuseppe, nella sua faces attuale, corrisponde ad un modello abbastanza preciso, molto diffuso in numerose varianti in tutta l’architettura sabauda, sia sul versante piemontese che su quello francese. In particolare la sua impostazione, che prevede un’ancona centrale, fiancheggiata da due campi laterali più stretti dedicati a rispettivi santi, corrisponde ad un impianto quasi d’obbligo per il pieno seicento.

Ad un codice quasi canonico appartengono poi tutti i dettagli architettonici, scultorei e pittorici che ne costituiscono l’ornamento: sono tutti vocaboli di un linguaggio standardizzato, che caratterizza moltissima produzione di arte sacra per tutto il seicento e parte del settecento.

Tale linguaggio è lo stesso a cui, in modo appena più sobrio, è possibile ricondurre l’architettura dell’altar maggiore di Santa Maria al Monte dei Cappuccini a Torino (opera della scuola di Vittozzi realizzata tra il 1653 e il 1669) ed il retablo della chiesa del Corpus Domini (Lanfranchi, 1663-1667).

Esempi decisamente più vicini a San Giuseppe sono quelli degli altari di Termignon, Valloire e Bramans in Savoia, opere di scultori locali datate tra il 1652 (Valloire) e il 1675 (Temignon). Ogni dettaglio pare pensato per rispondere, in termini di interpretazione creativa, ai dettami che il Concilio di Trento aveva espresso in materia attraverso i titoli 44 e 45 dei propri decreti, decreti peraltro concepiti e scritti da monsignor Anastasio Germonio, vescovo savoiardo di Moutier tra il 1608 e il 1627.